Ho sposato un musulmano

Laura, videogiornalista e documentarista, è nata in Sicilia, oggi vive a Milano con Taha e viaggia per tutto il Medio Oriente come corrispondente per media italiani ed esteri dalle principali aree di conflitto, in particolare Iraq e Yemen. La sua attività d’informazione e denuncia delle emergenze umanitarie l’ha portata a redigere un rapporto sulla disastrosa situazione delle strutture sanitarie pediatriche dello Yemen in guerra per la coalizione Watchlist on Children and Armed Conflict che ha presentato alle Nazioni Unite nel 2017.
Taha, yemenita, viene da Sana’a, città unica al mondo nell’Arabia felix. Taha ha sempre insegnato arabo agli stranieri e inglese agli yemeniti, da quando si è laureato in interpretariato e traduzione all’università di Sana’a. Oggi fa la stessa cosa in Italia con gli italiani, dopo un master in relazioni internazionali europeo. Nel tempo libero, è cuoco per caso e per passione ma al punto tale che è sbarcato a MasterChef in una puntata sugli chef migranti. Dal loro incontro nel 2013 a oggi la loro storia d’amore è sempre stata in equilibrio tra le gioie della vita e l’impegno sociale, in favore di persone più deboli e sfortunate di noi. 

Come vi siete incontrati?
“Ci siamo parlati per la prima volta in cucina, esattamente nella cucina del collegio YCMES di Sana’a nell’ottobre del 2013”. Laura lì studiava l’arabo, ma in quel periodo il suo professore era in vacanza, quindi Taha è subentrato come supplente. “Ma qualche giorno prima avevo fatto un sogno: un giovane bussava alla mia porta dicendo che aveva qualcosa d’importante da dirmi. Era vestito con l’abito bianco tradizionale yemenita, proprio come Taha la prima volta che l’ho visto al collegio”. Per Taha è stata la curiosità a spingerlo a parlare con quella straniera che stava cucinando pasta e pummarola. “Da noi si cucina diversamente, e in effetti non mi sembrò gran che quando la provai. Ma poi le chiesi del suo lavoro e cominciò a parlarmi del viaggio in Giordania da cui era appena tornata, dei profughi siriani nei campi e lo faceva con tale emozione e sensibilità che pensai subito: Questo cuore è veramente bianco!” Una sera, durante la lezione, lei si addormenta: è tardi, dopo una giornata di lavoro come reporter lei è esausta. “Mi sentivo sicura con lui, non l’avrei mai fatto con chiunque altro. Dormire è una cosa intima… e poi così Taha ha saputo subito che russo la notte!!”. Taha si sorprende a provare dei sentimenti mai provati prima, ma aspetta che finiscano le lezioni per ulteriori passi in avanti. E’ istigato dal suo amico di tutta la vita, Hamza, che capisce subito che è la persona giusta per lui.

Come hanno reagito le vostre famiglie quando avete detto che vi eravate innamorati?
Il primo a saperlo è il padre di Taha. “Gli ho presentato Laura come la mia studentessa, siamo andati al ristorante insieme. Lei portava l’hijab e un modello di occhiali che in Yemen portano solo le signore di una certa età. Lui subito ha pensato che avesse molti più anni di quanto ne aveva in realtà, ma lo rassicurai subito che quella era la moda italiana. Gli dissi: è bella, papà, non ti preoccupare!” La madre era invece dispiaciuta. “Non perché fosse straniera, ma perché non voleva che me ne andassi via dallo Yemen”. “Quando poi ci siamo conosciute, però, le sono piaciuta – dice Laura – mi ha offerto il qāt (un’erba stimolante da masticare molto usata tradizionalmente), ci ha lasciati da soli in salotto, insomma si fidava di me e quando poi abbiamo deciso di venire in Italia, mi ha detto: Te lo affido!”
Quanto ai genitori di Laura, quella che sapeva di lui sin dall’inizio è la madre. “Aveva capito che per me era un rapporto importante, però si preoccupava per lui, mi diceva di pensarci bene se avevo intenzione di tornare in Italia e farlo venire qui, perché lo avrei allontanato dalla sua famiglia e lo potevo fare per un impegno inportante”. Al padre lo dice solo una volta in Italia, temendo la sua reazione, in quanto cattolico praticante. La prima domanda che lui ha rivolto a Taha è: “Cosa ne pensi della poligamia?” La risposta gli è piaciuta: “Il Corano dice che se non puoi essere giusto con tutte le mogli (possono essere al massimo 4) devi sposarne solo una. Per me una era sufficiente, in più sapevo che dovevo supportare la mia famiglia d’origine. E comunque l’Islam non ammette le relazioni extraconiugali, pertanto poteva stare tranquillo”.

Quando vi siete sposati e con che rito?
Laura: “A un certo punto in Yemen si capiva che stava iniziando una guerra e ci siamo trovati a un bivio: o andavo via e probabilmente non ci saremmo più rivisti, oppure ci giocavamo il tutto per tutto e andavamo via insieme. Questo significava anche sposarsi, perché non era ammesso che un giovane viaggiasse con una donna straniera. Taha ha avuto la benedizione dei suoi e siamo venuti in Italia. Appena arrivati ci siamo sposati con rito religioso (il 19 ottobre 2014, a un anno dal nostro primo incontro) a Venezia e poi, l’estate successiva, con rito italiano, assieme ai miei genitori e agli amici”.

Cosa hanno detto gli amici di questo matrimonio?
“Parecchie cose, non tutte e non sempre lusinghiere ma certamente indimenticabili”, racconta Laura. “Qualcuno mi ha privato della sua amicizia, che durava dagli anni d’infanzia perché sposavo “l’arabo musulmano”; una mia parente, ascoltando Taha rispondere al telefono in inglese si complimentava con me, pensando che fosse americano, poi rimaneva di sasso quando veniva a sapere che lui era yemenita. C’è chi mi ha detto: “Attenzione, ora ti mette il burqa”. Anche nella famiglia yemenita, qualche zia ha avuto da ridire sul fatto che il nipote sposasse una straniera poco più grande di lui, una donna di famiglia cristiana, mentre gli amici lo hanno invidiato perché si era accasato con una europea. 
Tuttavia, invidie e perplessità si sono sciolte come neve al sole quando, dopo il primo anno di matrimonio, Taha è stato colpito da un tumore al cervello: un calvario che è durato un anno, che si è concluso positivamente e che ha cementato il loro amore di coppia e la loro fede in Dio, forse riuscendo a infondere forza e speranza anche ad altre persone, anche quelle che non credono nell’amore, anche quelle che su di loro non  avrebbero scommesso nulla e che si sono anche sentite in colpa per avere dubitato, per averli criticati.

Pregiudizi, stereotipi e calunnie colpiscono spesso i musulmani e i matrimoni misti: come si possono combattere?
“Mi sono trovata a dovermi attivare di persona”, racconta Laura. “Poco dopo l’attentato di Londra, a cui aveva preso parte un ragazzo figlio di una donna italiana e di un marocchino, Libero ha pubblicato un’intervista a Souad Sbai, politica leghista marocchina, dal titolo “Donne: sposare un islamico è una follia pericolosa”, dove si elencavano tutte le violenze possibili e immaginarie a cui potevamo essere soggette. Era talmente offensivo che io assieme ad altre donne sposate con musulmani ci siamo detti che dovevamo assolutamente fare qualcosa. Invece di fare un esposto abbiamo scelto di lanciare una campagna social, tipo quella di #BringBackOurGirls per le ragazze nigeriane rapite da Boko Haram.
E’ nata quindi #hosposatounmusulmano: abbiamo postato una nostra foto con il cartello con l’hashtag. Subito è diventata virale, molte donne italiane hanno cominciato a postare le foto con i loro figli. Avvenire mi ha chiesto di scrivere un articolo, che ha scatenato un dibattito nel mondo cattolico. La svolta è arrivata quando la collega dell’Ansa in Marocco mi ha detto che lì c’erano tante donne italiane sposate con marocchini che erano indignate e in 680 hanno scritto una lettera aperta al direttore di Libero criticando la Sbai. Nel frattempo una collega di Newsweek aveva visto i tweet, mi ha contattato e ha scritto un articolo, che poi è stato ripreso da un media francese, uno marocchino e una tv australiana. La lettera ha fatto sì che la Sbai scrivesse al direttore di Libero dicendo che era stata fraintesa, che pretendeva da loro delle scuse. Insomma abbiamo interposto all’hate speech il love speech.

Cosa di bello vi ha portato la migrazione?
Taha: “Quando sono arrivato in Italia ho avuto un vero e proprio choc culturale”, racconta, “non conoscevo altri paesi, non parlavo l’Italiano e pensavo che l’Inglese mi potesse bastare per vivere qui. Per 6 mesi non ho parlato quasi con nessun altro che Laura, non avevo amici, andavo ogni tanto in un kebab a chiaccherare con i proprietari. Ho inziato a provare delle ricette, poi ho fatto un master in Relazioni Internazionali per il Medio ed Estremo Oriente. Pur essendo in inglese, gli studenti fuori dall’aula parlavano solo in Italiano e mi sentivo tagliato fuori dai loro discorsi, pensavo che non avessero rispetto per me. Insomma mi sentivo solo. Tutto è cambiato con il mio ricovero in ospedale per il tumore: lì tutti mi trattavano bene, le infermiere erano simpatiche e così ho deciso di imparare l’Italiano per parlare con loro. In ospedale vedevo tanti stranieri che venivano curati con la stessa attenzione degli italiani e ho detto: è bello che in Italia ci siano questi diritti! Se fossi rimasto in Yemen forse sarei morto. E anche i miei avevano una ragione in più per essere contenti che fossi venuto qui. Magari è stato proprio Dio ad aver voluto questo trasferimento”.

Laura: “Mi ha portato la cosa più bella della vita. Posso dire che c’è stato un percorso di anni che mi ha preparato a questo incontro. Andare in zone di guerra mi ha insegnato a conoscere l’estrema resilienza dell’essere umano, la capacità degli uomini di ridere ed essere felici anche in condizioni difficili. Era una vera inoculazione di vita. La mia fortuna è avere acquisito uno sguardo aperto, interno su quest’area del mondo, su un modo di pensare che non è molto diverso dal nostro di qualche decennio fa. Mi ha ricordato i valori della famiglia di mia madre, persone semplici che non avevano tante fisime come le nostre di oggi. Nella casa di mio marito ho trovato qualcosa di analogo, valori semplici che condivido in pieno: l’aiutare gli altri, non fare del male, rispettare gli anziani. E’ come se avessi voluto iniettare nella mia vita qualcosa che aveva a che fare con il mio passato. Le coppie miste sono importanti per la nostra società perché l’incrocio tra geni e cromosomi lontanissimi rafforza la bellezza dei tipi umani e perché riescono, giorno per giorno, a farci comprendere una cosa: siamo umani, prima di ogni altra cosa. Siamo umani e figli di Dio, nati per stare insieme e relazionarci. E questa è un’eresia per tutti coloro che hanno bisogno di applicare un’etichetta e di appartenere a qualcosa o a qualcuno per sentirsi vivi, per essere nel mondo.

Intervista raccolta da Rossella Panuzzo, Terre des Hommes, per Voci di Confine