SERGE ITELA. Re dell’offerta musicale afro-latina a Roma

I media nazionali non si sono ancora accorti di lui, ma non tarderanno a farlo. Serge Itela –  quarantenne originario della Repubblica Democratica del Congo è giunto in Italia nel fine anni ottanta per “punizione” dei familiari – é oggi il re del mondo del divertimento e dello spettacolo afro-latino a Roma. Nei week-end, le sue serate targate EVOLUTION attirano circa 3000 giovani di ogni orizzonte culturale. Il 24 aprile 2018 lancia la seconda edizione di NEEMA FEST (ROMA AFRO FESTIVAL) allo Spazio 900 (Roma) con l’obiettivo di inaugurare l’era della commercializzazione della musica africana in Italia, all’insegna di quanto già avviene in Francia ed in Belgio. Per Voci di confine, ha accettato di raccontare la sua storia, parlando dei suoi primi anni in Italia, dell’importanza della musica per la convivenza pacifica, e dei segreti del successo del suo lavoro di operatore culturale.

 

Sono Serge Itela. Ho 47 anni. Sono nato a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Sono arrivato in Italia verso la fine degli anni 80 per motivi familiari, proprio nell’anno dei mondiali italiani di calcio. I miei zii erano diplomatici presso l’Ambasciata dello Zaire, attuale Repubblica Democratica del Congo, in Italia. Sono operatore culturale e CEO di EVOLUTION. Mi piace viaggiare per impregnarmi delle culture straniere.

 

È arrivato in Italia per motivi familiari. Quali sono state le circostanze di questa migrazione?

Sono arrivato a Roma in realtà per punizione. Infatti, prima di venire qui, frequentavo un liceo in Belgio, dove il contesto non era tale da permettere la concentrazione negli studi. In quel periodo in Italia non c’erano tanti ragazzi neri rispetto al Belgio. I miei familiari pensarono appunto che l’Italia fosse l’Habitat giusto per poter concentrarci nello studio.

 

Da allora, è rimasto a Roma. Perché?

Sono rimasto perché non avevo scelta. Ero ancora minorenne e non avevo la possibilità di decidere se andarmene o meno. Erano comunque anni difficili per i giovani stranieri. Non c’erano delle opportunità di divertimento adatte per noi. L’Italia infatti non mi piaceva molto all’inizio. A Roma eravamo pochissimi giovani neri. L’unico nostro ambiente di rifugio era la nostra comitiva di figli di diplomatici nell’ambito del quale organizzavamo incontri tra figli degli ambasciatori di paesi africani francofoni. Ci si incontrava in centro, qualcuno forse si ricorderà di Babilonia in via del corso.

Oggi, da adulto, posso dire che sono rimasto perché ho imparato ad amare Roma. Un’altra cosa che mi ha aiutato è la lingua. Quando capisci la lingua, quando te ne impadronisci, diventa tutto più facile e semplice. Le cose cominciano a piacerti un po’ di più.

 

È’ oggi un operatore culturale di successo. Raggiungere un’affermazione imprenditoriale in questo settore non è facile. Ha mai pensato di non farcela?

Ti devo dire la verità: non ci ho mai pensato. Intanto è bene specificare che la mia carriera di operatore culturale è nata casualmente. Sono venuto qui per gli studi. Non era la mia aspirazione diventare organizzatore di eventi. Credo che questo sia un lavoro che si impara sul campo. Bisogna comunque avere delle doti e soprattutto l’intuizione giusta per capire delle cose prima degli altri.

Dunque non ho mai pensato di non farcela. Ho sempre pensato che tutto si sarebbe evoluto col tempo. Infatti ho iniziato a fare l’operatore culturale da ragazzino, nel 92. Le mie prime feste con le scuole francesi erano organizzate al blouson, in via Veneto. Avevano un’affluenza di poco più di 30 o al massimo 50 persone. La cosa che mi divertiva di più non era tanto fare l’operatore culturale – tutti mi dicevano guarda Serge in Italia questo lavoro è sprecato, meglio farlo in Francia o in America – ma il fatto di contribuire alla nascita di qualcosa di diverso in Italia. In Francia ci sono tanti neri. Quando uno ha successo, è uno dei tanti. Ma in Italia sei uno e basta, e quindi diventi facilmente identificabile. Sapevo che con un po’ di pazienza, visto che non eravamo in tanti, sarei prima o poi stato premiato. Ho lavorato molto sulla mia persona e il tempo mi ha premiato. Tutto ciò per dire che non ho mai pensato di smettere. Ho sempre pensato che il tempo mi avrebbe premiato.

 

In un’Italia dove oggi cresce la discriminazione e la diffidenza verso lo straniero, cosa rappresenta per lei far ballare e divertire ogni fine settimana e ai ritmi afro-latini più di 3000 giovani romani di varie origini?

Devo fare una premessa: non mi piace occuparmi delle polemiche politiche. Soprattutto in una città come Roma. Comunque per dirla chiara, il problema del razzismo esiste da quando sono arrivato in Italia, anche se per me si dovrebbe parlare più che altro di ignoranza.

Penso che il mio lavoro sia una fortuna. Credo sia una bella opportunità lavorare con i giovani. Vederli tutti insieme ballare e divertirsi conferma la tesi secondo cui la musica è un bel cemento per unire le persone, anche di culture e provenienze diverse. La musica ha infatti un potere che riesce a trascendere i sentimenti e i colori politici.

Facciamo più di 3000 persone a serata nei week end. Penso che tra questi ci possano essere anche persone con tendenze razziste. Va combattuto questo, anche se in Italia i media enfatizzano più le cose che ci dividono piuttosto che quelle che ci uniscono.

 Personalmente ho la fortuna di non subire il razzismo, al contrario di tante altre persone che me lo hanno confidato. Quando ne sono stato vittima una volta, dissi al ragazzo che mi aveva importunato questo: in un paese che non è mio, non pretendo l’amore ma il rispetto. Non credo infatti che tutti gli allogeni amino gli italiani. Per me dunque il valore più importante da veicolare è il rispetto.

Il nostro è un lavoro di unione. Cerchiamo di unire le persone sapendo che possono partire da posizioni totalmente opposte. Facciamo delle serate che avvicinano le persone che magari la pensavano diversamente. In una serata possono infatti nascere delle amicizie tra persone diverse culturalmente, spiritualmente e politicamente.

Voglio dire ai ragazzi neri: non dovete soffrire del razzismo. Rischiate di diventare vittime eterni di un problema che non risolverete. Un problema che nasce da secoli. Cercate invece di rendervi utili apportando del valore al vostro ambiente.

 

Qual è la motivazione del mix dell’offerta culturale afro-latina? 

La musica latina ha preso molto dalla musica africana. La storia ci insegna che la musica cubana ha origini africane.  Poi, i latini sono stranieri in Italia quanto i neri africani, fatti salvi quelli che sono nati qui.

Comunque la mia strategia è stata quella di non andare a toccare tutto ciò che era già accettato nella cultura musicale italiana in qualità di musica commerciale straniera. Ho tralasciato dunque la dance e la house. Ho preferito lavorare sulle minoranze latine ed Afro (americane) le cui musiche, 30 anni fa, non erano commercializzate in Italia. L’hip Hop, l’Rnb, 20 anni fa non erano infatti da considerare un business come lo sono oggi. Si può fare lo stesso ragionamento sulla musica latina che si sta imponendo oggi. Il mondo sta cambiando.Diciamo che internet in questo ci ha dato una grossa mano.

A livello sonoro, le musiche africane e latine si assomigliano, basta sentire i ritmi.Poi c’è anche da dire che a me piace tanto la musica latina. Da piccolo mio papà ascoltava tanto la salsa.

 

Nel mese di aprile organizza la seconda edizione di NEEMA Fest. Perché un festival di musica africana a Roma, e quali sono le caratteristiche di questa nuova edizione?

È un’iniziativa a cui tengo molto; è il culmine di tutto ciò che ho fatto fino adesso. Prima di tutto perché riguarda in maniera specifica la cultura africana. Ritengo che una città come Roma non può non avere un Festival di alto livello di musica africana.

NEEMA FEST è un’idea a cui penso da anni. Come ho detto prima, bisogna saper aspettare il momento propizio per concretizzare le cose. La musica africana in Italia non ha ancora le infrastrutture opportune per la sua commercializzazione. Non abbiamo ad esempio un media specializzato per questo tipo di musica. Ora mi trovo in viaggio a Parigi per firmare degli accordi con i media afro della Francia, proprio perché manca in Italia una televisione o una radio specializzate che possano coprire professionalmente questo Festival.

Ci tengo molto a NEEMA FEST. Dopo esser riuscito a commercializzare prodotti musicali afro (americani) e latini, credo sia arrivato il momento di rendere commerciale in Italia anche la musica moderna del continente africano.

NEEMA FEST è iniziata tre anni fa tramite l’organizzazione di serate settimanali. Ci siamo subito resi conto che i tempi non erano maturi per proporsi con questa cadenza. Per cui dall’anno scorso abbiamo deciso di concentrarci su un format “one night”, una specie di notte di musica africana a Roma in cui i protagonisti sono artisti africani che raccolgono maggiori consensi tra i giovani.

NEEMA vuol dir prosperità in lingua swahili. Il nostro augurio è che questo significato possa davvero concretizzarsi nel tempo. Questo anno portiamo a Roma tre mega star africane scelte sulla base della loro popolarità e dell’area linguista di appartenenza, secondo le suddivisioni di matrice coloniali che ancora esistono oggi: lusofona, anglofona e francofona. Arriveranno a Roma, rispettivamente per le aree linguistiche appena citate, Nelson Freitas (Capo Verde), veicolo della musica KIZOMBA, Yemi Alade (Nigeria), sopranominata “the Queen of Africa”, e Fally Ipupa (RdCongo), musicista talentuoso che oggi sta rivoluzionando i ritmi africani. La festa della musica che proponiamo sarà arricchita con eventi di presentazione di libri e mostre di opere d’arte, espressioni dell’eccellenza africana in Italia.

 

Quali sono gli ingredienti del suo successo e che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere un percorso imprenditoriale come il suo?

Non amo dare i consigli. Perché siamo noi stessi i nostri migliori consiglieri. Dobbiamo imparare ad ascoltarci. Gli altri spesso ci consigliano sulla base delle loro esperienze. Tuttavia, quello che posso dire a chi vuole fare l’operatore culturale nel settore della musica, è di avere tanta pazienza, di dotarsi di una buona cultura generale del settore, e semplicemente di amare la musica. Bisogna anche avere un grande intuito perché è importante in questo mestiere capire le cose prima degli altri. Ciò permette di rischiare, di osare, invece di copiare. È quello che ho fatto a ROMA, andando a toccare delle cose di cui nessuno vedeva un’utilità commerciale.

 

La migrazione secondo lei può essere considerata una bella storia? Se si, perché?

Si per me l’immigrazione è una bella storia. Spesso le innovazioni più importanti all’interno delle nazioni sono frutto degli scambi culturali che nascono con l’arrivo di popoli provenienti da altrove. Ciò è confermato guardando alla storia degli Stati Uniti d’America e al contributo che vi hanno apportato gli immigrati.

Intervista di Mambulu Ekutsu