Mudimbi: ho voglia di prendermi delle responsabilità

Mudimbi, classe 1986, è un rapper e cantautore anomalo nel panorama italiano. Dopo aver partecipato a Sanremo nelle Nuove Proposte con Il mago lo abbiamo intercettato mentre è in giro per l’Italia con il suo nuovo tour estivo.

Mudimbi non ami le etichette e le categorie, allora diccelo tu: chi sei?

Sono Michel, nato e cresciuto a San Benedetto del Tronto, figlio di divorziati, di cui un genitore, mio padre, africano, e mia mamma di San Benedetto. Sono una persona normale, con tanti difetti e qualche pregio. Tuttora vivo qui, nel posto da cui provengo. Posso dire che avevo un po’ di sogni nel cassetto, alcuni li sto realizzando, altri continuo ad averne e ci sto lavorando.

 

Sei molto impegnato nelle scuole. Come?

Il lavoro coi ragazzi, nelle scuole, è nato in modo casuale. Mi hanno contattato inizialmente degli istituti scolastici, materne ed elementari, per organizzare incontri, cantare insieme, farmi conoscere dagli alunni, che vista l’età non possono ancora andare ai concerti. Mi è subito sembrata una buona idea e quando si è sparsa la voce, mi hanno contattato anche scuole medie, superiori e università. L’incontro coi ragazzi più grandi si è strutturato in maniera diversa, mentre coi bambini è molto giocoso e goliardico. Con gli adolescenti mi rendevo conto che c’era un interesse dovuto al fatto che sono una persona normalissima, provengo come tanti da una situazione non troppo rosea, sono stato in scuole con altissimi tassi di immigrazione, che vivono anche in condizioni non semplici. Insomma, ho capito che la mia storia poteva essergli utile.

I più grandi mi chiedevano consigli, sul rapporto coi genitori, su come sono riuscito a fare ciò che faccio vivendo a San Benedetto del Tronto…

È stato tutto inaspettato, non sapevo a cosa andavo incontro, in realtà, e quindi c’è stata grande libertà sia da parte mia che da parte dei ragazzi con cui mi sono relazionato.

 

E quindi ora Amref.

Conoscevo di nome Amref, ora mi sto avvicinando davvero a questa realtà, sono molto curioso ed è un incontro arrivato in un momento in cui – reduce dal progetto con le scuole – mi sto rendendo conto di avere una certa responsabilità verso chi mi segue, perché mandare un messaggio positivo non è mai sbagliato. Credo sia ancora più importante perché la mia situazione è paradossale, appartengo alla seconda generazione, ma non so niente di Africa. E ho capito che è sbagliato non saperne nulla.

Non sono un immigrato, le mie radici sono qui, in Italia, nella loro totalità. Questa mia “porzione di tintarella” è un punto interrogativo, diciamo. Se posso riavvicinarmi a qualcosa che ho stampato sulla pelle perché non farlo?

 

Qual è la tua percezione della questione dell’immigrazione?

Premetto che sono una delle persone più disinformate della Terra. Dall’alto della mia ignoranza, quindi, la sensazione è che il discorso, il tema dei migranti, sia molto complesso.

A livello umano mi verrebbe da dire “aiutiamo chi ha bisogno di aiuto” ma non sono realmente informato su come sia possibile farlo, su come si può riuscire a farlo bene, c’è anche un discorso di risorse, è evidente.

 

Perché hai scelto una tua foto da piccolo per la copertina del tuo album Michel?

Per caso. In realtà mi stavo “incartando” dietro ad un’immagine molto più concettuale per l’album, poi sono incappato in una foto di me da piccolo, la foto che è sempre stata sul comodino di mia madre, e tutto mi è sembrato così semplice. Torniamo bambini, togliamoci dalla testa tanti paletti, da bambini si è spontanei: è una cosa a cui punto molto. La foto era un emblema di tutto questo. E sono uscito così, col mio nome e la mia faccia.

Pensi che la musica sia il cambiamento possibile o facciamo tutti schifo, come dici in una tua canzone?

Sono vere entrambe le cose. Facciamo tutti schifo è una premessa. La musica è in realtà un modo per vedere avanti di qualche anno rispetto a quello che succederà. Un po’ di anni fa esistevano i generi musicali molto ben delineati e chiusi, ora invece si stanno scambiando le lingue e gli stili all’interno delle canzoni.

Questo succederà anche alla società, è qualcosa che non si può arginare. Tra qualche anno i mulatti saranno centinaia di migliaia, mentre quando ero piccolo ero il primo e l’unico nella mia classe, ora ci stiamo iniziando a mescolare, in modo più naturale.

Oggi come oggi, quindi, ci stiamo abituando al fatto che al colore diverso dal bianco non è detto che corrisponda una persona non italiana, ma anche a me può capitare di provare stupore quando ho conosciuto un cittadino “apparentemente” asiatico che si chiama Giulio e parla dialetto.

 

Come si gestisce il passaggio da una vita “ordinaria” a Sanremo, i tour, la popolarità?

Non c’è molta differenza, rimanere a San Benedetto forse aiuta, nel mio caso mi dà la sensazione di essere sempre la stessa persona di prima, saluto le stesse persone, esco con gli stessi amici. Questo è uno dei miei punti fermi, per tenere la testa sulle spalle e i piedi a terra. Mi preme fare bene le cose, onestamente. Anche se abbiamo iniziato a ingranare, stiamo sempre rincorrendo quello che potrebbe succedere, non ho tempo né voglia di perdermi dietro al “successo”. Ovviamente mi fa piacere l’affetto, anche l’orgoglio quasi “patriottico” dei miei concittadini. Dal punto di vista personale, non nascondo che non sia proprio facilissimo; prima, con il posto fisso, lo stipendio e tutto ben incasellato era come se nuotassi in un fiume, ora che ho totale libertà invece sono in mezzo all’oceano e da che parte andare lo decido io. All’inizio sentivo tanta responsabilità, ora sto imparando a gestire la situazione.

 

Come ti vedi tra 20 anni?

La speranza è di essere felice. È l’unica cosa di cui mi preoccupo.