Migranti, i conti in tasca allo Stato

La presenza dei migranti “conviene” all’economia italiana? E’ questo uno degli interrogativi più presenti da alcuni giorni sulle prime pagine dei giornali. Mercoledì 4 luglio si è infatti tenuta la Relazione annuale alle Camere del Presidente dell’Inps Tito Boeri per la presentazione del XVII rapporto annuale dell’Inps. Da qui, le polemiche sul reale “impatto” dei migranti sul sistema pensionistico italiano e più in generale sull’economia del nostro Paese.
«Gli scenari più preoccupanti – ha dichiarato Boeri – per la spesa pensionistica prevedono una forte riduzione dei flussi migratori che è già in atto. Il sistema pensionistico non è in grado di adattarsi alla diminuzione dei contribuenti” legata al calo dei nati in Italia». Al Presidente Inps ha replicato il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in un tweet, chiedendo: “Vive su Marte?”.

Ad ogni modo, se si dovesse valutare la presenza immigrata dal mero punto di vista delle entrate e delle uscite economiche, secondo uno studio pubblicato sul Dossier Statistico Immigrazione (IDOS), la bilancia sarebbe in attivo.

Dal punto di vista delle tasse versate, infatti, la popolazione immigrata genera una somma ben più alta dei costi che implica per la collettività: 18,7 miliardi – di cui 11,5 in termini di contributi previdenziali e 7,2 di gettito fiscale (3,3 miliardi solo di Irpef) – a fronte di un “peso” sulle casse statali che si attesta sui 16,6 miliardi in totale, di cui  4 per la sanità, 3,8 per l’istruzione, 2 nell’ambito della giustizia (tribunali e carceri), 2,7 per le competenze del Ministero dell’Interno (inclusa l’accoglienza). Il saldo – ovvero la differenza tra le spese e il contributo garantito dai migranti – è quindi positivo: + 2,1 miliardi (anno d’imposta 2015).
Ancora, sulla base dei dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, si può stimare un contributo dei lavoratori stranieri alla ricchezza complessiva di circa 127 miliardi di euro, pari all’8,8 per cento del valore aggiunto prodotto a livello nazionale, mentre sul versante previdenziale gli immigrati si evidenziano per un ruolo largamente positivo, che li vede quasi sempre in veste di contribuenti e solo in minima parte di beneficiari: rappresentano solo lo 0,3 per cento delle pensioni contributive e l’1,7 di quelle assistenziali.

“In ogni caso – afferma Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS – l’Italia dovrebbe avere il coraggio di guardare più in alto, ai suoi valori di umanità, superando la mera diatriba tra “sovranisti” che inneggiano alla chiusura dei porti e “funzionalisti” che sostengono di accogliere i migranti perché, e fin quando, ci servono o “fanno lavori che gli italiani non vogliono fare”. L’accoglienza e la capacità di inclusione, su un piano di uguaglianza e di pari dignità, restano comunque il metro su cui si misura il livello di civiltà di un paese, a prescindere dalle convenienze contingenti”.