Mehret, l’anima nera di Eduardo De Filippo

di Mehret Tewolde –

Sono nata in Eritrea e vivo a Roma da 40 anni; io e Roma abbiamo compiuto il nostro primo quarantennio insieme lo scorso mese. Eppure, non mi sono ancora integrata, non ne ho avuto bisogno. Nessuno mi ha chiesto di integrarmi e nemmeno di scegliere tra le mie due culture. Al contrario, sono stata accompagnata nella ricerca e nella crescita della donna che sarei voluta essere e che sono, spero, diventata. Ciò che mi ha aiutato ad entrare a far parte del/dei sistema/i ai quali appartengo sono state le R.

Innanzitutto, la R di riconoscere, nel senso di vedere ed interagire con l’altro come essere e non, come spesso avviene, come numero o fenomeno. Ho incontrato persone che mi hanno “vista” prima che io stessa mi vedessi e riconoscessi. Il riconoscimento reciproco è il fondamento sul quale costruire una relazione ed anche la base per una sana inclusione.

Per poter costruire una relazione equilibrata, è necessario attivare la seconda R, quella del rispetto, di se stessi, degli altri, delle regole, delle cose proprie ed altrui e delle diversità, culturali, di genere, di ceto, di religione, di opinione.

Entrambi i componenti delle mie culture mi hanno rispettata, ascoltandomi, aspettandomi e mettendo in discussione i loro punti di vista e, spesso, loro stessi, mia mamma prima di chiunque altro. Da lei e da un uomo straordinario che mi fece, nel breve periodo che vissi con lui, da padre, da nonno, da mentore, imparai a rispettare me stessa e pretendere che gli altri mi rispettassero. Era un grande uomo di cultura, uno dei più grandi del Novecento italiano, con un’umanità e semplicità uniche. Ricordo la reazione di Eduardo (De Filippo, ndr) quando alcuni ospiti arrivavano a casa e, sorpresi di vedere mia mamma, dicevano: «Ah! Eduardo ti sei messo una negra in casa?».

Urlava ed invitava l’ospite a lasciare casa sua se aveva di “quei problemi” aggiungendo che Hiwet, mia mamma,  «è un membro della mia famiglia». E quando l’ospite, spaventato, chiedeva scusa, lui replicava dicendo: «Le scuse le devi porgere a lei perché è a lei che hai mancato di rispetto». E non importava se l’ospite fosse un ministro o il fattore della casa in campagna.

Immaginate, quindi, una bambina, o poco più, che vede questo gigante che non solo riconosce lei e sua mamma come esseri umani, gli dà una casa, la mia prima casa – non ne ricordo altre, in effetti -ma difende la loro dignità e pretende rispetto per loro da chiunque. Ecco come il “rispetto” è diventato un must, un valore fortissimo per me.

La terza R è quella della resilienza. Tutti ci siamo adoperati, in modo più o meno consapevole, per essere flessibili ed adattarci ad una nuova realtà. Quella flessibilità che porta la diffidenza a trasformarsi in curiosità, quella curiosità che ha da sempre portato l’uomo a spostarsi, a cercare per poter crescere ed evolvere. Senza il nostro migrare, forse, saremmo ancora all’età della pietra o giù di li.

L’ultima R che vorrei condividere con voi è quella delle risorse. Le prime R, insieme ad altri elementi, hanno fatto sì che, dalla scuola alla famiglia, ricevessi degli stimoli per cercare ed attivare le risorse di cui ero già dotata ma non ne avevo consapevolezza. In particolare, Eduardo fu il primo ad insistere di più affinché io coltivassi l’autostima e la determinazione nel perseguire i miei obiettivi. E, senza saperlo, a plasmare me stessa scegliendo ciò che era più funzionale alla mia persona ed ai miei progetti, attingendo da ambo le mie culture e rispettandole entrambe. Per farvi un esempio banale sul rispetto delle culture, se mi offriste il pollo arrosto, lo mangerei con le posate. Offritemi un piatto di dorho, il pollo cucinato all’eritrea, guai ad usare le posate e raramente permetto agli ospiti di usarle durante un pasto eritreo.

Quindi, gli elementi del sistema dove sono stata catapultata io hanno agito ed interagito affinché io trovassi la mia via di accesso al sistema rispettando le mie scelte, i miei tempi e le mie modalità. Ed è grazie a quel sistema che io ho appreso a valutare le persone in base a ciò che sono e non a ciò che appaiono, ad essere più aperta e a mostrare piuttosto che dimostrare e cadere nella trappola dell’auto commiserazione o, ancor peggio, della contrapposizione noi-loro.

Tutti elementi che hanno fatto sì che, col tempo, il confine tra la mia voce interna, combattuta tra “qui” e “là”, coincidesse sempre più anche con la mia voce esterna, segno del mio stare bene con la mia identità che non è solo eritrea e nemmeno solo italiana ma è una identità nuovo e molto più ricca delle due prese singolarmente. Non è stato facile, anzi, è un processo doloroso per molti degli attori del sistema, ricordo le discussioni con mia madre fino a notte fonda e i pianti di entrambe ma era una sofferenza necessaria alla costruzione, alla maturità al mio accesso in modalità protetta al sistema.

Quindi quello che vorrei sottolineare, per concludere, è l’importanza dell’approccio sistemico.

Non possiamo creare qualcosa di utile al sistema se non abbiamo coscienza del sistema stesso e delle sue dinamiche. Dobbiamo coinvolgere tutti, dobbiamo ascoltare, valutare gli impatti, rassicurare chi ha paura, creare un sistema del welfare che tuteli tutti mentre oggi abbiamo gettato le basi per nuove forme di schiavitù che alimentano e scatenano le guerre tra poveri.

Dobbiamo diversificare l’approccio in base alle fasce di età. Eduardo aveva due approcci diversi nell’interagire con me e mia mamma. Su di me ha lavorato in modo che non marchiassi gli italiani e l’Italia come razzisti anche quando, davanti a lui, lo stato italiano ebbe un atteggiamento riconducibile alla discriminazione. Il torto lo fecero a me e mia mamma; tornando a casa, prima di scendere dal taxi, Eduardo mi disse: «Mehret, ti chiedo scusa per il mio popolo».

Sono stati quei piccoli fondamentali dettagli in età adolescenziale che mi hanno permesso di sentirmi diversa ma come tutti, perché, che ci piaccia o no, siamo tutti diversi, persino i gemelli. Ed è questa consapevolezza che mi ha permesso di vedere negli atteggiamenti discriminatori una bella sfida, uno stimolo in più, una carica per cercare nuove risorse o attingere semplicemente a quelle vecchie. 

Tutto questo mi ha permesso di essere la prima donna manager quando ho lavorato per la Banca Vaticana, dove essere una donna pesava più di essere nera e questo grazie al sistema che mi aveva preparato a farne parte e quindi ad essere utile alla sua crescita.