L’Africa ti sbatte in faccia il mondo

di Davide Paolino* –

Due anni fa mi ritrovai a Bruxelles, quasi per caso, un mese dopo l’attentato, impaurito e spaventato non tanto per il clima di sospensione di incredulità che aleggiava per la città, ma per il mio spostamento verso qualcosa che, al tempo, non conoscevo: il viaggio.

Quando scesi dall’aereo erano passate solo due ore. Per uno come me abituato a mettercene tre in treno per arrivare a Roma fu già uno shock: il mondo era a portata di mano e non lo avevo ancora capito. Riuscì con un inglese stentato a farmi capire dagli addetti al servizio bus di quale trasferimento avessi bisogno in quell’esatto momento: mi stupì il fatto che l’autista assomigliasse incredibilmente ad un ragazzo che a quei tempi era su tutti gli schermi internazionali, ci risi da solo su, e aspettai la mia fermata.

Bruxelles mi diede botte in faccia per due giorni, la pioggerellina del cazzo pure, ma valse la pena ritrovarsi a fine giornata zuppo ma terribilmente emozionato.

Successivamente ho visto Budapest, lo scorso anno, e Londra e Dublino in questo. Posti diversi. Emozioni diverse. Divertimento esagerato. E piano piano la molla stava per scattare.

Settimana scorsa ho visto l’Etiopia per un motivo di cui sentirete parlare. Come ho scritto in questi giorni: vai che ti manca tutto, torni che ti manca l’Africa. Ed è difficile anche solo spiegare il perché.

La prima cosa che accomuna l’Etiopia a Bruxelles e Londra è la sorpresa. Non dovevo andare a nessuna delle tre destinazioni: il caso ha deciso per me o forse è quella roba che la gente che crede chiama destino.

L’altra cosa che lega le tre esperienze è stata la paura, forse meno per Londra, ma una settimana prima per tutte e tre le esperienze ero carico come una molla e impaurito come un vicepremier capitato per sbaglio in un bar dei Quartieri Spagnoli. Molte volte sono stato vicino ad rinunciare, per problemi vari e vero timore. Cosa vedrò? Cosa dimenticherò? Come ritornerò? Domande inutili da farsi prima, e difficili da rispondere adesso. Ho visto tutto e tutto fa parte di me ora.

Sto ancora immagazzinando emozioni. Dicono che appena torni hai il mal d’Africa, i motivi non li ho letti ma penso, come mi ha suggerito una splendida ragazza, che sia colpa del ritorno all’essenza, del vedere da vicino l’umanità dove è iniziata, del riconsiderare tutti i privilegi che hai e forse capire che a molti potresti persino rinunciare.

E l’odio. Riconsideri l’odio, il livore, la cattiveria da un altro punto di vista. Non servono a nulla. Non hanno nulla a che vedere col mondo che ti circonda. Mettiamo muri invece di abbatterli, segniamo confini invece di cancellarli, odiamo invece di amare. E’ tutto sbagliato, è tutto da riconsiderare, è tutto da riscrivere.

Viviamo in un’epoca in cui i continenti sono sempre più “vicini”. Arrivare in posti diversi, in culture diverse è a portata di qualche ora e forse anche di qualche scalo. Di sicuro bisogna aprirsi la mente prima di frequentarli, ma senza viaggiare non c’è possibilità di poter capire, senza capire non c’è possibilità di accettare, di accogliere, di conservare e di considerare tutto. Di mettere in discussione se stessi prima di tutti gli altri. Di mettere un freno a ciò che niente di più può dare e pensare a salvarsi.

Un viaggio è bello perché c’è pure il ritorno. Per qualche istante, quando ero lì ad osservare un meraviglioso tramonto su Arba Minch, ho immaginato anche che sarebbe stato bello rimanere, continuare a capire, aspettare. La colpa sicuramente è stata anche e soprattutto di un gruppo di viaggio stellare.

Parti con persone quasi sconosciute, ritorni con amici e con la voglia di incontrarti ancora. Al primo giorno ti guardi in giro cercando una faccia amica che ti dica cosa fare, all’ultimo ti riguardi in giro e trovi sei nuovi amici con cui vorresti di nuovo ripartire.

Credo molto nell’unità, quando sono in gruppo, credo molto nell’aiutarsi a vicenda. Abbiamo vissuto momenti di divertimento e di difficoltà ma sempre rimanendo uniti, e continuando a ridere.

Ecco, forse se mi chiedessero ora “Cosa ti ricordi di più dell’Africa” risponderei subito: le risate. Perché pur lavorando quasi ininterrottamente per sette giorni, pur non dormendo quasi per due, pur ritornando stralunato, sconvolto e assonnato, l’unica cosa che ricordo ora sono le risate. E la consapevolezza di aver fatto qualcosa di spettacolare. Oltre che di utile.

L’Africa ti sbatte in faccia il mondo per come era e come è. Poi tocca a te renderlo migliore.

*autore di Lercio