Intervista a don Michele Malcangio, il parroco della messa interculturale

L’integrazione avviene anche attraverso la messa interculturale, recitata in italiano e in un’altra lingua, quella parlata da chi è accolto nel nostro paese e che l’italiano non lo parla ancora. È quanto è successo a Canosa di Puglia, in provincia di Barletta, nella parrocchia dell’Assunta, situata nella periferia della città, grazie al dinamismo di don Michele Malcangio.
Don Michele, parroco da 15 anni, ha pensato in questo modo di aiutare ad integrarsi i circa 80 ragazzi, per lo più nigeriani, somali e ghanesi, ospitati in una palazzina adiacente alla parrocchia.
“Da un giorno all’altro ci siamo trovati tutti questi ragazzi che non facevano nulla tranne giocare a calcio in uno spazio angusto dell’edificio”, racconta. “Così all’inizio ho pensato di invitarli a usare il nostro campo di calcio. Erano tanti, riuniti in un edificio troppo piccolo per ospitarli tutti e in più con un turn over continuo di arrivi e partenze deciso dalla Prefettura”.
La villetta si trova sulla strada che dalla parrocchia porta verso il centro della cittadina e la convivenza con gli abitanti locali era a stretto gomito. La prima iniziativa presa da Don Michele dopo la concessione del campo di calcio è stata quella di organizzare una grande festa in modo che abitanti e ospiti, con le relative culture, si “mescolassero”.
“Abbiamo preparato tavolate con tante cose da mangiare e noi, dopo, abbiamo cantato e suonato la nostra musica”, continua. “Alla fine loro ci hanno chiesto la possibilità di suonare le loro canzoni ed è stato un momento molto bello per tutti”.
Ma l’iniziativa che ha travalicato le mura del paese e di cui hanno parlato agenzie stampa, giornali e reti televisive regionali e nazionali è stata quella di celebrare la messa in due lingue, italiano e inglese.
“Avevo notato che, da quando erano arrivati in paese, alcuni di loro erano soliti venire in chiesa la domenica per ascoltare il Vangelo e partecipare alla celebrazione eucaristica ma era chiaro che avevano grandi difficoltà a comprendere quanto veniva detto”. Da lì la decisione di sottotitolare tutta la celebrazione eucaristica in inglese.
Don Michele, che gli immigrati chiamano ormai “Don Michael”, si è munito di due proiettori, un iPad e un traduttore che lo aiuta a tradurre non solo il foglietto che solitamente si trova sui banchi con canti, letture, preghiere e Vangelo, ma anche l’omelia. Molti sono i parrocchiani che ormai si prestano a collaborare e a leggere il testo scritto della predica che il sacerdote prepara in anticipo nelle due lingue, italiano e inglese.
L’iniziativa ha conquistato tutti e ha permesso a questi ragazzi di non sentirsi più degli estranei all’interno della comunità. “Le prime volte stavano raggruppati tutti insieme in un angolino della chiesa, come se si sentissero degli appestati, timorosi di farsi notare”, dichiara ancora Don Michele. “Adesso si mescolano con il resto dei fedeli fra i banchi ed è molto bello vedere, al momento dello scambio del segno di pace, con quanta spontaneità e sorrisi vengono strette le mani fra italiani e stranieri”.
Tutte le iniziative sono state organizzate di concerto col Consiglio parrocchiale e con l’approvazione della Diocesi che, per conto suo, ha adibito una grande struttura per l’accoglienza dei migranti.
“Non raccontano volentieri le loro storie, ma dal poco che dicono si capisce che hanno vissuto sulla loro pelle quella che ormai è da considerare una vera e propria tratta di schiavi. Molti hanno attraversato il deserto, la Libia e poi il Mediterraneo, altri sono giunti qui attraverso la Siria e i paesi arabi. Tutti hanno in comune sofferenze vissute e orrori a cui hanno assistito in prima persona; per questo la prima cosa che abbiamo tentato è cercare di farli sentire accettati”.

Nella parrocchia dell’Assunta ormai sono visti come amici. “Con i bambini dell’asilo abbiamo realizzato un progetto, due ore la settimana per un mese, durante il quale hanno partecipato alle attività e da allora i più piccoli hanno simpatizzato con loro”.
Ma don Michele non si è fermato qui, ha aiutato e aiuta molti di loro a trovare lavoro. La gente quando si è resa conto che si tratta di persone affidabili, con cui condividono valori e modo di sentire, non ha avuto remore nell’accettarli anche dal punto di vista professionale. “La nostra è una zona ad alta vocazione turistica per la presenza di importanti siti archeologici”, dice don Michele. “Così gli albergatori della zona sono venuti da me chiedendo se erano disposti a lavorare come camerieri e loro hanno accettato volentieri. Sono parecchi infatti quelli che vorrebbero fermarsi qui ma purtroppo, come per noi, il problema principale è proprio quello della scarsità di lavoro. Noi però, come parrocchia, crediamo nel nostro progetto e andiamo avanti. Abbiamo una pagina facebook della parrocchia e all’inizio lì c’è stato chi ci diceva di mandarli via o che stavamo facendo un lavoro inutile, invece alla lunga i risultati ci sono stati e hanno dato ragione a noi”.