Etiopia-Eritrea, Brhan Tesfay: «Cosa cambierà per noi eritrei con l’accordo di pace»

Brhan Tesfay è uno scrittore, nato in Eritrea 49 anni fa e ha lasciato il suo Paese per l’Italia, al seguito di sua mamma, da ragazzino. Lo abbiamo rincontrato, dopo aver raccontato la sua storia alcuni mesi proprio per Voci di confine, nei giorni in cui tra il suo Paese e l’Etiopia è stato siglato uno storico accordo di pace, lo abbiamo interpellato per capire il senso, la portata, le speranze legate a questo fatto.

Che rapporto ha con l’Eritrea, oggi?

«Il primo amore non si dimentica, e in questo caso è un cordone ombelicale che non si spezza mai. Direi che ho una relazione strettissima. Basti pensare che se incontro una persona eritrea, oggi, a Prato, per strada, dopo poco i miei parenti in Eritrea lo vengono a sapere, come se fossimo nello stesso paesino.

Io sono tornato in Eritrea una sola volta, alla fine degli anni Novanta, per conoscere le mie origini, e l’ho girata tutta. Ci sono cresciuto fino ai dieci anni, dopo aver seguito mia madre che ha scelto poi, a seguito della liberazione dell’Eritrea nel 1991, di tornare a vivere in Eritrea, quindi ho famiglia e amici lì, anche se tanti amici d’infanzia, come me, sono sparsi in America ed Europa».

Cosa pensa dell’accordo di pace? Cosa si augura possa rappresentare?

«La sensazione potrebbe essere paragonata a una camminata dura in montagna, dopo ore si arriva in cima ma le nuvole coprono il panorama, ma ecco all’improvviso una folata di vento libera il paesaggio, le nuvole spariscono, è una sensazione, oserei dire quasi ultraterrena, attraversa il corpo. Questa è la sensazione che ho avuto quando ho sentito dell’accordo.

Paradossalmente la prima conseguenza è la riappacificazione degli eritrei tra di loro, dopo anni in cui c’era un clima di sospetto reciproco molto forte. Possiamo finalmente cominciare, tornare a fidarci, tra noi eritrei, gli uni degli altri, tra noi e gli etiopi. La nebbia aveva trasformato l’altro in nemico, ma con questo nuovo accordo la nebbia si dirada e scopriamo di essere fratelli e sorelle e che non vi è mai stato un nemico reale.

L’altra possibile ripercussione è l’opportunità di cominciare a progettare, soprattutto per gli anziani – perché chi emigra non torna quasi mai – un futuro nel proprio Paese.

E poi diminuiranno di sicuro gli imbarchi, drasticamente le fughe da tutta la zona, perché la popolazione inizierà ad avere una speranza di vita migliore nel proprio paese.

Sia l’attuale presidente dell’Eritrea, Isaias Afweki che il primo ministro etiope Abiy Ahmed, hanno affermato pubblicamente che  siamo un unico popolo e che dobbiamo vivere in un mondo senza confini: è questo l’orizzonte che stanno dipingendo e io non potrei che sentirmi un soffio lieve che si unisce al vento del cambiamento, perché la nebbia non sia di nuovo protagonista».

Personalmente, pensa che questa svolta potrà significare un cambiamento per lei e per le persone emigrate?

«Spero possa essere un modello di riferimento. Il fatto che il presidente della Somalia si sia recato in Eritrea è un altro punto fondamentale per tutta la zona del Corno d’Africa.

L’accordo, visto da queste latitudini, nella vita di tutti i giorni forse non risentirà direttamente di quanto sta succedendo ma a livello di considerazione e di orgoglio personale sono certo che cambierà, per ogni eritreo o etiope.

In primo luogo, non si parlerà più solo in termini negativi dei nostri Paesi, e questo avrà certamente una ricaduta positiva sulle persone.

Credo insomma che a livello individuale e “concreto”, almeno nell’immediato, l’accordo tra i due Paesi, per me che vivo e lavoro da anni in Italia, non cambi quasi nulla, ma come immaginario collettivo cambia tantissimo, perché posso cominciare ad essere un ponte – nel mio caso culturale, occupandomi di editoria e letteratura – tra il posto in cui vivo e quello in cui sono nato».

Qual è la sua posizione rispetto alla polemica tra organizzazioni non governative da una parte, e governo, dall’altra? E’ cambiato qualcosa per lei, rispetto alla percezione del fenomeno migratorio nell’ultimo periodo?

«Credo che si stia in qualche modo costruendo un nemico, presunto o reale, non parlerei di razzismo. Ma il senso della criminalizzazione dello straniero è quello di inquinare il terreno, soprattutto per le future generazioni, che saranno quelle che pagheranno di più il prezzo di questo dilagare di disinformazione.

Quanto al ruolo delle Ong, penso che possano essere criticate in molti modi, ma che se c’è un’attività per la quale sono inattaccabili è il salvataggio di vite umane.

Io ho un bambino di 4 anni, vedo un po’ negli sguardi della gente un certo consenso verso l’idea che sia possibile trattare alcune persone in modo diverso dagli altri, a seconda della provenienza. Si stanno inquinando le coscienze e le ripercussioni credo che purtroppo si vedranno nel futuro. Per questo è sempre più necessario un lavoro continuo contro gli stereotipi».